Quando ho incontrato Olmo a Lugano aveva 33 anni e una notizia ancora freschissima da raccontare: il giorno prima aveva firmato il suo primo contratto a tempo indeterminato in Svizzera, proprio nel mestiere che porta avanti da quando era praticamente un ragazzo, quello del pizzaiolo. Veniva da Piacenza, alle spalle aveva anni di ristorazione, stagioni passate in località diverse, esperienze tra Cortina d’Ampezzo, Sardegna, Milano e Parma, ma soprattutto aveva maturato quella sensazione che prima o poi porta molte persone a chiedersi se abbia ancora senso continuare esattamente come si è sempre fatto, soprattutto quando passione, sacrifici e condizioni di lavoro iniziano a non andare più nella stessa direzione.
La cosa interessante della sua storia è proprio questa: Olmo non ha cambiato mestiere, non ha deciso di buttare via gli anni di esperienza accumulati e ricominciare completamente da zero, ha fatto quasi il contrario, perché spostandosi in Svizzera ha riscoperto il valore di una professione che in Italia stava progressivamente pensando di abbandonare.
Una professione iniziata quasi per caso
Olmo racconta di aver cominciato giovanissimo, a 17 anni, inizialmente lavorando in sala, poi osservando i pizzaioli ha iniziato ad appassionarsi a quel mondo fino a chiedere al titolare del locale la possibilità di presentarsi la mattina per imparare, anche senza essere pagato. Da lì è arrivato il primo contratto da pizzaiolo e successivamente una carriera fatta di spostamenti, esperienze e soprattutto tanta pratica, perché quando si parla di pizza non si parla soltanto di stendere un impasto e mettere qualcosa sopra, dietro ci sono panificazione, tempi, farine, lievitazioni, organizzazione e anni passati a capire un mestiere che dall’esterno può sembrare molto più semplice di quanto sia realmente.
Negli ultimi anni, però, qualcosa aveva iniziato a cambiare, non tanto nella passione per il lavoro quanto nel rapporto tra ciò che quel lavoro richiedeva e quello che restituiva, perché sabati, domeniche, festivi e doppi turni iniziavano a pesare sempre di più quando confrontati con le condizioni che vedeva intorno a sé; Olmo racconta di amici impiegati in fabbrica o nei supermercati che, a suo giudizio, avevano maggiore stabilità, più giorni di riposo e condizioni migliori, e da lì era nata una domanda molto semplice: perché continuare a sacrificare così tanto per un mestiere che ormai non gli restituiva più la stessa soddisfazione?
Il contratto in Svizzera e quella sensazione che non provava da anni
La risposta è arrivata a Lugano.
Quando durante l’intervista gli ho chiesto cosa avesse pensato vedendo la proposta economica ricevuta dall’azienda svizzera, la sua reazione è stata molto spontanea: ha raccontato di aver quasi avuto un mancamento, perché si trovava davanti a una cifra che rispetto alle sue precedenti esperienze italiane gli sembrava difficilmente immaginabile, con una proposta iniziale superiore ai 4.000 franchi mensili e, secondo quanto gli era stato spiegato dall’azienda, anche possibilità di crescita futura.
È importante specificare che questa è la situazione personale di Olmo, relativa al suo contratto, alla sua esperienza e alla sua professione, quindi non significa affatto che chiunque arrivi in Ticino nel settore della ristorazione riceverà automaticamente uno stipendio di questo tipo, ma la sua esperienza mette in evidenza un punto che torno spesso a sottolineare quando parlo di lavoro in Svizzera: avere una professione concreta, esperienza e competenze riconoscibili può fare una differenza enorme.
Nel suo caso il mestiere del pizzaiolo, che in Italia stava diventando quasi una fonte di frustrazione, è tornato improvvisamente a sembrargli una professione sulla quale costruire qualcosa.
Frontaliere oppure residente?
Quando ci siamo incontrati, Olmo e la sua compagna stavano già cercando casa in Svizzera, quindi la sua prospettiva non era quella di diventare semplicemente un nuovo frontaliere e attraversare ogni giorno il confine, ma quella di costruire progressivamente una vita direttamente in Ticino.
La compagna è svizzera e conosceva già quella realtà, mentre per lui l’avvicinamento alla Svizzera era stato molto più recente, però nel giro di poco tempo aveva iniziato ad apprezzare soprattutto alcuni aspetti della vita quotidiana: ordine, pulizia, servizi, trasporti, rispetto delle regole e quella sensazione di sicurezza che, almeno nella sua esperienza personale, aveva percepito immediatamente.
Durante l’intervista ha fatto diversi paragoni con l’Italia, alcuni anche molto duri e naturalmente legati alla sua esperienza e al suo punto di vista, ma dietro quelle parole c’era soprattutto una delusione nei confronti del contesto dal quale proveniva e, parallelamente, l’entusiasmo tipico di chi sta conoscendo una realtà nuova che in quel momento gli sta restituendo molto. Olmo stesso riconosce che nessun Paese è perfetto e che probabilmente con il tempo emergeranno anche aspetti della Svizzera che oggi ancora non conosce, però in quella fase la sensazione prevalente era quella di aver trovato un ambiente molto più vicino al suo modo di vivere.
Non è soltanto una questione di stipendio
Questo è forse uno degli aspetti più interessanti dell’intervista, perché sarebbe facilissimo ridurre tutto a “in Svizzera guadagno di più”, mentre Olmo insiste molto anche sul tipo di vita che desidera.
Gli piace pescare, andare in bicicletta, stare nella natura, vivere con tranquillità, quindi il Ticino per lui non rappresenta soltanto un mercato del lavoro più interessante, ma anche un territorio compatibile con il suo carattere e le sue abitudini. Allo stesso modo riconosce che una persona abituata a una vita completamente diversa, fatta magari di uscite continue, locali e spese elevate, potrebbe vivere la Svizzera in maniera totalmente differente.
Ed è un concetto che condivido molto: quando si valuta un trasferimento non basta prendere lo stipendio, convertirlo in euro e decidere che quello è il Paese giusto, perché bisogna chiedersi anche come vogliamo vivere.
Uno stipendio migliore non serve a molto se poi odiamo il posto nel quale viviamo, esattamente come un luogo bellissimo non risolve automaticamente una situazione lavorativa o economica che ci rende infelici.
Lavorare nella ristorazione in Svizzera: cosa conta davvero
A fine intervista gli ho chiesto cosa consiglierebbe a una persona che vuole seguire un percorso simile al suo e la risposta è stata molto concreta: umiltà, puntualità e rispetto del lavoro.
Secondo Olmo, nella ristorazione le opportunità esistono, soprattutto per chi ha già una vera professionalità, però non bisogna partire pensando soltanto allo stipendio, perché un datore di lavoro svizzero si aspetta competenza, precisione e affidabilità e, se queste caratteristiche mancano, la paga più alta non salva nessuno.
C’è poi il discorso delle lingue, che cambia molto in base alla mansione. Nel suo lavoro da pizzaiolo sostiene di essere riuscito a muoversi senza particolari difficoltà anche senza una conoscenza avanzata di altre lingue, mentre per chi lavora in sala la situazione può essere diversa, perché in Ticino passano molti clienti provenienti dalla Svizzera tedesca e dal resto del mondo, quindi tedesco e inglese possono diventare competenze molto importanti durante una selezione.
Un trasferimento non deve cancellare quello che eri prima
La parte che secondo me racconta meglio tutta la storia arriva verso la fine, quando gli chiedo cosa desideri per il futuro.
Olmo non parla di macchine costose, stipendi sempre più alti o di una carriera completamente diversa, parla invece di un sogno che in Italia aveva progressivamente messo da parte: aprire una sua pizzeria, un progetto che dopo la firma di quel contratto aveva improvvisamente ricominciato a sembrargli possibile.
Aveva già anche un nome in mente, “Olmo’s Pizza”, e l’idea di poter un giorno restituire attraverso il proprio lavoro qualcosa alle persone e al territorio che lo stavano accogliendo.
Ed è proprio questo che rende interessante la sua storia, perché il cambiamento non sempre significa diventare qualcun altro; qualche volta significa semplicemente trovare un posto nel quale quello che già sai fare torna ad avere un valore, e nel quale un mestiere che avevi quasi smesso di amare riesce improvvisamente a riaccendere qualcosa.
Quando ci siamo salutati, Olmo aveva appena firmato un contratto, stava cercando casa con la compagna e aveva davanti ancora moltissime incognite, quindi sarebbe sbagliato raccontare questa storia come se fosse già arrivata al lieto fine, però c’era una cosa molto evidente: dopo anni di lavoro e qualche delusione, aveva nuovamente voglia di costruire.
Guarda l’intervista completa
Nel video completo qui sotto trovi tutta la conversazione con Olmo, dalla sua esperienza come pizzaiolo in Italia alla decisione di cercare lavoro in Ticino, fino al contratto appena firmato, alla ricerca della casa, alle differenze che aveva iniziato a percepire vivendo quotidianamente la Svizzera e al sogno di aprire un giorno una pizzeria tutta sua.
È una storia personale e, proprio per questo, non va presa come promessa che trasferirsi in Svizzera significhi automaticamente guadagnare di più o vivere meglio, ma come l’esperienza concreta di un ragazzo che ha deciso di provarci e che, almeno nel momento in cui ci siamo incontrati, aveva ritrovato entusiasmo per il proprio mestiere e per il proprio futuro.
Qui sotto trovi il video completo dell’intervista.
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