Quando ho incontrato Simone a Lugano la prima cosa che mi ha fatto sorridere è stata una coincidenza che, per chi viene dalle nostre parti, crea subito una certa complicità: siamo entrambi modenesi, soltanto che oggi le nostre vite si sono spostate parecchio più a nord rispetto a dove siamo cresciuti. Due percorsi completamente diversi, due modi differenti di essere arrivati in Svizzera, ma con qualcosa in comune, quella sensazione che prima o poi arriva quando capisci che il posto nel quale sei nato non deve necessariamente essere anche quello nel quale costruirai tutto il resto della tua vita.
Simone vive ormai da alcuni anni in Svizzera e ha scelto Lugano come base della propria vita e della propria attività professionale. Non è arrivato con un mestiere già perfettamente adattabile al mercato ticinese, anzi, una delle cose più interessanti della sua storia è proprio questa: una volta arrivato ha dovuto rimettersi in discussione, adattarsi a un sistema differente e in parte reinventarsi, passando attraverso esperienze professionali che gli hanno permesso di conoscere meglio la realtà svizzera fino ad arrivare all’attività che svolge oggi, quella di consulente nel settore finanziario e assicurativo.
Innamorarsi di un posto non significa dimenticare da dove si viene
Quando gli ho chiesto perché avesse scelto la Svizzera, Simone non mi ha risposto soltanto parlando di soldi, lavoro o tassazione. Ha iniziato dal lago, dalla tranquillità di Lugano, dalla sensazione di sicurezza che prova camminando per strada e da quella qualità della vita che, almeno per quello che ha vissuto personalmente, sente più vicina al proprio modo di essere.
È un aspetto che secondo me viene spesso trascurato quando si parla di trasferimenti, perché siamo abituati a trasformare tutto in una somma: stipendio più alto, tasse più basse, affitto più caro, costo della spesa, cassa malati. Sono tutte cose fondamentali, sarebbe assurdo negarlo, ma poi bisogna realmente viverci in un posto e chiedersi se quella quotidianità ci piace.
Simone non rinnega affatto l’Italia, anzi, durante la nostra chiacchierata è venuto fuori più volte quanto sia ancora legato a Modena, alla propria famiglia, alla cucina emiliana e persino a quel mondo automobilistico che per chi cresce tra Modena e Maranello diventa quasi parte del paesaggio. Ferrari, Maserati, Lamborghini, il rumore delle auto, persino la Formula 1 sentita da casa sono pezzi della sua identità che evidentemente non spariscono attraversando una frontiera.
La differenza è che oggi sente di aver trovato in Svizzera una base più adatta a ciò che vuole costruire.
Arrivare in Svizzera e scoprire che bisogna ricominciare a studiare
Una parte della sua storia mi è piaciuta particolarmente perché va contro quella narrazione molto semplice secondo la quale basta trasferirsi in Svizzera per migliorare automaticamente la propria situazione.
Quando è arrivato, Simone ha dovuto adattarsi.
Veniva da settori professionali che, almeno nella forma in cui li conosceva, non trovavano lo stesso spazio in Ticino, quindi ha dovuto imparare un sistema nuovo, comprendere una mentalità lavorativa differente e costruire competenze che prima non aveva. Ha lavorato in realtà importanti, ha accumulato esperienza e, avvicinandosi progressivamente al mondo finanziario e assicurativo, si è reso conto di quanto ci fosse da conoscere anche semplicemente per gestire bene la propria vita in Svizzera.
Da lì è arrivata la decisione di studiare ulteriormente e trasformare quelle conoscenze in una professione.
È un passaggio che secondo me racconta molto più di quanto sembri, perché cambiare Paese non significa soltanto cambiare indirizzo: qualche volta significa accettare che quello che funzionava prima non funzioni più nello stesso modo, mettere momentaneamente da parte alcune certezze e imparare nuovamente.
Ed è probabilmente uno dei motivi per cui non tutti vivono allo stesso modo un trasferimento. C’è chi arriva pretendendo che il Paese nuovo si adatti completamente a lui e chi, invece, cerca di capire il sistema nel quale è entrato, mantenendo la propria identità ma imparando a muoversi in un ambiente diverso.
Un rapporto con la Svizzera nato anche in un momento molto difficile
C’è poi un capitolo della storia di Simone che durante l’intervista ha cambiato completamente il tono della conversazione.
Il suo primo rapporto davvero importante con la Svizzera non è stato soltanto professionale. In passato ha avuto un tumore a un occhio e, racconta, si è rivolto a una struttura di Losanna per affrontare il percorso di cura; l’intervento è andato bene, anche se quella malattia gli ha lasciato conseguenze permanenti e oggi non vede più da quell’occhio.
Ne parla senza trasformare la propria esperienza in una storia costruita per suscitare pietà, ed è forse proprio questo a renderla particolarmente forte.
In quel periodo aveva deciso di fare con sua madre un viaggio attraverso diverse città svizzere, un viaggio inevitabilmente accompagnato dall’ansia per ciò che lo aspettava alla fine, perché l’ultima tappa sarebbe stata proprio Losanna e l’intervento. All’interno di una situazione personale così difficile ha però avuto modo di conoscere direttamente anche il sistema sanitario e quella esperienza ha contribuito alla sua percezione positiva del Paese.
Sono esperienze estremamente personali e non possono naturalmente diventare una misura universale della sanità di un’intera nazione, ma raccontano qualcosa di importante del rapporto che una persona costruisce con un luogo: qualche volta non nasce da una scelta economica studiata su un foglio Excel, nasce anche da momenti della vita molto più profondi.
Oggi lavora nella consulenza finanziaria, ma non è stato un percorso automatico
Oggi Simone opera come consulente finanziario e assicurativo e lavora con persone che hanno esigenze molto differenti, da chi vuole gestire patrimoni relativamente piccoli fino a clienti con capacità d’investimento decisamente maggiori. Il suo lavoro, almeno per come lo ha raccontato durante la nostra conversazione, parte soprattutto dall’individuazione degli obiettivi della persona e dalla costruzione di una strategia coerente con quegli obiettivi.
La sua clientela, inoltre, non è confinata esclusivamente alla Svizzera, perché lavora anche con persone che vivono in altri Paesi e guarda al proprio mestiere con una mentalità molto internazionale.
Quando siamo arrivati inevitabilmente alla domanda che nei video sulla Svizzera prima o poi interessa a tutti, quella dei guadagni, Simone non si è tirato indietro: ha raccontato di muoversi in una fascia che può andare indicativamente dagli 8.000 ai 15.000 franchi, con variazioni legate alle provvigioni, ai clienti e all’attività svolta.
Sono cifre importanti e soprattutto non rappresentano lo stipendio medio di chi arriva a Lugano, cosa che abbiamo chiarito nella conversazione. Il suo è un tipo di attività particolare, con una componente legata alle provvigioni, quindi prendere quei numeri e utilizzarli come riferimento generale per chi vuole trasferirsi in Ticino avrebbe poco senso.
Molto più interessante, secondo me, è quello che Simone ha aggiunto subito dopo: ha visto persone guadagnare molto e arrivare comunque a fine mese in difficoltà.
Perché alla fine torna sempre lo stesso principio: non conta soltanto quello che entra, conta anche quello che facciamo con ciò che entra.
Guadagnare bene non significa automaticamente vivere bene
È un argomento sul quale mi ritrovo parecchio.
Possiamo guadagnare 3.000, 5.000 oppure 10.000 franchi, ma se il nostro stile di vita cresce alla stessa velocità dello stipendio potremmo continuare ad avere gli stessi problemi economici di prima. Simone parla di economia domestica, di consapevolezza e di capacità di adattare le proprie spese alle possibilità reali.
Ha portato anche l’esempio di persone che, pur guadagnando cifre molto più normali, hanno scelto inizialmente una stanza invece di un appartamento intero, contenendo così una delle spese più importanti della vita in Svizzera e riuscendo comunque a mantenere un certo margine.
Non significa che 3.000 franchi siano automaticamente sufficienti per chiunque, esattamente come non significa che 5.000 rappresentino una soglia universale di tranquillità. Dipende dal cantone, dalla famiglia, dalla casa, dalla cassa malati, dall’automobile e da decine di altre variabili.
La cosa interessante è proprio uscire dalla domanda “quanto bisogna guadagnare?” e iniziare a chiedersi “quanto costa la vita che voglio fare?”.
Conviene ancora venire a lavorare in Svizzera?
Naturalmente gli ho fatto anche questa domanda, perché è probabilmente una delle più discusse ogni volta che si parla di Svizzera e Ticino.
Secondo Simone sì, può ancora convenire, anche se il suo ragionamento non si limita allo stipendio. Nella sua valutazione entrano la sicurezza, i servizi, l’organizzazione e una qualità della vita che personalmente considera superiore sotto diversi aspetti.
Questo non significa che qualsiasi lavoro svizzero sia automaticamente conveniente.
È una distinzione che secondo me va ripetuta continuamente: la Svizzera non trasforma un contratto mediocre in un ottimo contratto semplicemente perché lo stipendio è espresso in franchi. Bisogna sempre confrontare salario e costo della vita, capire se si sarà residenti oppure frontalieri, considerare affitto, assicurazioni e tutte le spese personali, perché la stessa cifra può permettere una vita molto tranquilla a una persona e diventare insufficiente per un’altra.
Simone, però, dopo diversi anni vissuti qui, continua a vedere più vantaggi che svantaggi nella propria scelta.
Quello che manca dell’Italia e quello che non manca affatto
Quando gli ho chiesto cosa gli mancasse dell’Italia, la risposta è stata molto meno economica e molto più umana.
Gli manca quella facilità tutta italiana di creare rapporti, la convivialità, il divertimento e una certa vita sociale che a Lugano considera più limitata; quando vuole qualcosa di diverso capita quindi che torni verso Milano o Modena, anche semplicemente per una serata o per mangiare in determinati posti.
Gli manca naturalmente l’Emilia, la famiglia e quel mondo delle automobili che sente profondamente suo.
Al contrario, dice di non sentire particolarmente la mancanza della burocrazia italiana, delle attese agli sportelli, delle condizioni di alcune strade e di una serie di complicazioni quotidiane che in Svizzera percepisce come più semplici e veloci.
Sono osservazioni personali, non classifiche assolute tra due Paesi, ed è proprio questo che trovo interessante nelle interviste: non esiste una Svizzera uguale per tutti, esiste la Svizzera vissuta dalle singole persone, filtrata attraverso ciò che cercano e ciò a cui attribuiscono valore.
La Svizzera come casa, ma senza rinunciare alla libertà
La parte forse più rappresentativa di Simone arriva quando gli chiedo dove immagini il proprio futuro.
La risposta è Svizzera, ma non esclusivamente Svizzera.
Vorrebbe mantenere qui la propria base, continuare ad avere quella stabilità e quella sicurezza che ha trovato nel Paese, ma allo stesso tempo poter trascorrere periodi a Modena, Milano e magari un domani anche altrove. Non sembra particolarmente interessato all’idea di costruirsi una vita rinchiusa all’interno di un unico posto, perché il valore che ritorna continuamente nel suo racconto è la libertà.
Libertà di lavorare, di viaggiare, di costruire nuove possibilità e di avere comunque un posto nel quale tornare.
Tra i suoi obiettivi ci sono l’acquisto di una casa, la possibilità di costruire una famiglia, continuare a viaggiare e portare avanti i propri progetti professionali. E poi, essendo modenese e appassionato di automobili, c’è naturalmente anche un sogno molto meno filosofico: una Ferrari Testarossa.
D’altra parte certe origini non si cancellano.
Cambiare Paese non significa diventare un’altra persona
È forse questa la cosa che mi rimane maggiormente dell’incontro con Simone.
Trasferirsi non significa necessariamente scappare da ciò che eravamo, né dover rinnegare il posto dal quale veniamo. Può significare semplicemente capire che in un determinato momento della nostra vita un altro luogo ci offre condizioni più vicine a quello che stiamo cercando.
Simone continua a essere profondamente modenese, ama l’Emilia, torna dalla famiglia, parla delle automobili con quella passione che dalle nostre parti è quasi inevitabile, eppure oggi considera Lugano la propria base e la Svizzera il posto dal quale vuole continuare a costruire il futuro.
Il suo percorso non è stato lineare, ha dovuto adattarsi professionalmente, studiare e reinventarsi; in mezzo c’è stata anche una prova personale molto più dura di qualsiasi trasferimento, quella legata alla malattia e alle conseguenze che porta ancora con sé, ma ascoltandolo parlare oggi emerge soprattutto la voglia di continuare a costruire, imparare e mantenere aperte più possibilità possibile.
Ed è anche per questo che continuo volentieri a raccontare queste storie.
Non perché esista un modello da copiare, né perché trasferirsi in Svizzera rappresenti automaticamente la scelta migliore per tutti, ma perché conoscere persone che hanno seguito strade diverse può aiutarci a capire quanto siano numerosi i modi nei quali una vita può cambiare.
Qui sotto trovi l’intervista completa con Simone, registrata a Lugano, nella quale puoi ascoltare direttamente il suo racconto, il percorso professionale, il rapporto con la Svizzera e quello che immagina per il proprio futuro.
Perché qualche volta cambiare strada non significa sapere già esattamente dove arriveremo, significa semplicemente accorgerci che quella sulla quale stavamo camminando non era più l’unica possibile.
Stay Wild.



