Cambiare lavoro non è fallire: quello che ho imparato in quasi trent’anni di carriera

In quasi trent’anni di lavoro come fresatore CNC ho cambiato parecchie aziende, otto, forse nove in tutto. A qualcuno possono sembrare tante, ma guardando indietro mi rendo conto che quasi ogni cambio è servito a migliorare qualcosa: la situazione economica, l’ambiente, il rapporto con i colleghi, il modo in cui mi sentivo andando al lavoro ogni mattina oppure, in certi periodi, semplicemente la mia vita.

Non ho mai cambiato tanto per cambiare, ogni volta c’era un motivo, a volte era lo stipendio, altre volte il fatto che non mi trovassi più bene in quell’ambiente, in altri casi il lavoro è cambiato perché stava cambiando tutto il resto. Una volta, per esempio, mi sono spostato per cercare di costruire una vita con una persona che viveva lontano da dove lavoravo, in quel momento non avevo bisogno di cambiare azienda dal punto di vista professionale, ma la mia situazione personale era cambiata e il lavoro doveva adattarsi a quella nuova vita. Quella relazione poi è finita, ma anche quel passaggio mi ha lasciato qualcosa, alla fine ogni cambio, anche quelli nati da motivi completamente diversi, mi ha fatto crescere.

Il primo cambio di lavoro mi terrorizzava

La cosa quasi buffa è che io non sono sempre stato uno che cambiava lavoro con facilità, anzi, la prima volta ero terrorizzato. Avevo in testa continuamente quella frase che abbiamo sentito tutti almeno una volta: “Sai quello che lasci, ma non sai quello che trovi.”

All’epoca per me sembrava quasi una regola di vita, avevo paura di lasciare quello che conoscevo, anche se non ero completamente soddisfatto, perché dall’altra parte c’era l’ignoto. Mi facevo mille domande: sarò abbastanza bravo? Mi troverò bene? Mi terranno? Supererò il periodo di prova? Mi faranno un contratto stabile? I nuovi colleghi come saranno? E se poi mi pento? Ricordo che prima di quel primo cambio per circa una settimana dormii malissimo.

Poi ho cambiato e mi sono accorto che gran parte delle paure che mi ero costruito nella testa erano molto più grandi della realtà.

Se conosci davvero il tuo mestiere, non riparti da zero

Cambiare azienda significa sempre affrontare un periodo di adattamento, ogni posto ha le sue macchine, le sue procedure, il suo modo di organizzare il lavoro e soprattutto nuove persone con cui imparare a collaborare. Ma c’è una cosa che ho capito abbastanza presto: se una professione la sai fare davvero, quando cambi azienda non riparti da zero.

Certo, devi imparare come lavora quella specifica realtà, devi capire come ragionano i colleghi, come vengono gestite le commesse, quali sono le abitudini interne, però l’esperienza che hai accumulato rimane con te. Io facevo il fresatore CNC prima e continuavo a essere un fresatore CNC anche entrando in una nuova azienda.

Questa consapevolezza mi ha tolto progressivamente una quantità enorme di paura, ogni volta che cambiavo mi rendevo conto che, dopo il normale periodo iniziale, riuscivo ad adattarmi, E più cambiavo, meno il cambiamento mi faceva paura.

A un certo punto ho smesso di sopportare per paura

Questa, probabilmente, è stata una delle conseguenze più importanti, quando hai paura di cambiare lavoro rischi di sopportare cose che non ti stanno più bene solo perché temi ciò che potrebbe esserci dall’altra parte.

Può essere uno stipendio che non cresce, un ambiente diventato pesante, un rapporto con il datore di lavoro che non funziona più oppure semplicemente la sensazione di essere arrivato al limite di quello che quell’azienda può offrirti, all’inizio anch’io ragionavo molto così.

Poi, dopo aver cambiato diverse volte e aver visto che riuscivo comunque a rimettermi in piedi, quella paura ha iniziato a perdere forza, non significa licenziarsi alla prima giornata storta o cambiare azienda ogni sei mesi, significa semplicemente sapere che se una situazione non funziona più, esistono altre possibilità.

Questa consapevolezza, da sola, cambia tantissimo il modo in cui vivi il lavoro.

Ho sempre cercato anche una strada fuori dal lavoro dipendente

Per molti anni avevo però un’altra idea in testa: volevo riuscire a liberarmi del cartellino, pensavo che il problema fosse proprio quello, essere dipendente, avere degli orari, dover entrare e uscire a determinate ore e dipendere da un’azienda.

Per questo, parallelamente al mio lavoro, ho provato diverse strade. Ho provato attività online, network marketing, vendita di libri su Amazon e altri progetti che avrebbero dovuto, almeno nella mia testa, permettermi un giorno di gestire completamente il mio tempo.

Alcune cose hanno funzionato un po’, altre molto meno, ma nessuna di quelle esperienze è arrivata a generare un reddito tale da permettermi di lasciare definitivamente il lavoro da fresatore CNC, e per parecchio tempo ho vissuto questa cosa quasi come se non fossi ancora riuscito a trovare la soluzione.

Poi è successa una cosa che mi ha fatto cambiare completamente prospettiva.

Forse il problema non era il cartellino

Quando mi sono trasferito vicino alla Svizzera e ho iniziato a lavorare in Ticino, mi sono trovato in una situazione completamente diversa, ho trovato un ambiente di lavoro molto tranquillo, pulito e organizzato. Ho trovato colleghi con cui mi trovo bene, con cui si ride e si scherza, e un contesto che, per essere un’azienda metalmeccanica, a volte sembra quasi lontanissimo da certi ambienti nei quali avevo lavorato in passato.

Anche economicamente la situazione è migliorata parecchio, ed è stato proprio lì che ho iniziato a rendermi conto di una cosa: forse non era il lavoro dipendente in sé a farmi stare male. Non era necessariamente il cartellino, erano le condizioni nelle quali quel lavoro veniva svolto.

Se lo stipendio non ti soddisfa, l’ambiente è pesante, non hai un buon rapporto con le persone attorno a te oppure ti senti continuamente sotto pressione, è facile pensare che il problema sia “lavorare per qualcuno”, poi cambi contesto e scopri che puoi continuare a essere dipendente senza vivere quella stessa sensazione. Per me questa è stata una scoperta importante.

A volte non serve cambiare mestiere, serve cambiare posto

Per anni avevo pensato che per stare meglio avrei dovuto trovare qualcosa di completamente diverso, in realtà, almeno nel mio caso, è bastato portare la stessa professione in un ambiente migliore.

Non ho smesso di essere fresatore CNC, non ho rivoluzionato completamente la mia carriera, ho semplicemente trovato un posto dove la mia esperienza viene utilizzata in condizioni che mi fanno vivere meglio.

Questo secondo me è un punto importante anche per chi pensa di essere stanco del proprio lavoro, prima di buttare via completamente una professione costruita in dieci, venti o trent’anni, forse vale la pena chiedersi se siamo davvero stanchi del mestiere oppure se siamo stanchi del posto in cui lo stiamo facendo, sono due cose molto diverse.

La fortuna conta, ma bisogna essere pronti a muoversi

Nel lavoro, come nella vita, un po’ di fortuna serve, Io stesso oggi riconosco di essere stato fortunato a trovare un ambiente nel quale mi trovo bene, colleghi con cui ho un buon rapporto e condizioni che mi permettono di vivere più serenamente.

Ma c’è anche un’altra parte, se io fossi rimasto fermo per paura di cambiare, probabilmente quell’occasione non l’avrei mai incontrata.

Questo è quello che ho imparato dopo tanti cambi di azienda: non puoi sapere in anticipo se il prossimo posto sarà quello giusto, ma puoi aumentare enormemente le possibilità di trovarlo se sei disposto a cercare.

Restare in una situazione che non ti soddisfa soltanto perché fuori hai paura non aumenta le probabilità che qualcosa migliori, spesso le diminuisce.

Oggi non sento più il bisogno di scappare dal lavoro dipendente

Oggi continuo a portare avanti progetti online e continuo a cercare modi per creare altre entrate, ma la motivazione è cambiata.

Prima cercavo qualcosa online perché volevo assolutamente sostituire il mio lavoro dipendente, oggi non ne sento più l’urgenza. Se un giorno i miei progetti dovessero diventare abbastanza grandi da trasformarsi nel mio lavoro principale, benissimo, ma non vivo più con l’idea che debba succedere per forza e soprattutto che debba succedere subito.

Quello che mi interessa oggi è costruire qualcosa che possa diventare una seconda fonte di reddito e che, soprattutto in futuro, possa aiutarmi quando arriverà il momento della pensione. So bene che normalmente il reddito pensionistico non coincide con quello che si percepiva lavorando a tempo pieno, per questo mi piace l’idea di arrivare a quel momento avendo costruito qualcosa di mio che possa continuare ad accompagnarmi.

Se arriverà prima, tanto meglio, altrimenti va bene lo stesso.

Cambiare lavoro non significa aver fallito

Credo che uno degli errori più comuni sia vedere il cambio di lavoro quasi come un fallimento, come se rimanere trent’anni nella stessa azienda fosse necessariamente un successo e cambiare più volte significasse non essere riusciti a trovare il proprio posto.

Io oggi la penso esattamente al contrario.

Non conta quante aziende hai cambiato, conta perché le hai cambiate e cosa hai costruito lungo il percorso.

Io in quasi trent’anni ho cambiato diverse aziende, città, situazioni personali e condizioni economiche, ogni volta ho portato con me qualcosa che avevo imparato prima e, soprattutto, ho imparato a conoscere sempre meglio il mio valore professionale.

Se oggi dovessi cambiare nuovamente lavoro, avrei sicuramente le normali preoccupazioni che può avere chiunque, ma non avrei più il terrore che avevo la prima volta, perché ormai so una cosa: un lavoro può cambiare, la professionalità che hai costruito negli anni rimane con te.

E forse questa è una delle libertà più importanti che una persona possa conquistare nella propria carriera.